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PaLeOvEnEtI RuLeS...nacqui che ero ancora giovane... |
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Racconti
Peso delle azioni che determineranno la reincarnazione e il dolore
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...Questo blog giace in stato di abbandono.
(ad ogni modo, va bene solidarietà, etica e consapevolezza, però se si scrivono i turni per le pulizie sulla lavagna la società anarchica crolla inesorabilmente)
L'elettrice di Forza Italia è comunista!
La tessera elettorale era in fondo all'armadio, sepolta da ben quattro stagioni di abiti oramai trash. Due mucchi estivi ed altrettanti invernali. L'elettrice di Forza Italia tira un sospiro di sollievo. L'ultima volta la tessera elettorale era sommersa da ben 10 ricambi di stagione. Fatto raro. Davanti al cartello che vieta l'entrata nel seggio con telefono cellulare, l'elettrice di Forza Italia entra nel panico per la prima volta. Il marito è già nella cabina, e la figlioletta è a casa con la zia ribelle (vota per i non meglio identificati comunisti). Alla proposta avanzata dal Presidente di Seggio di prendere in consegna l'oggetto vietato, l'elettrice di Forza Italia si fa scettica e con sguardo obliquo scruta per alcuni secondi la sicuramente raccomandata autorità costituita. Acconsente con riserva, affrettandosi nelle operazioni di voto. Afferra le schede elettorali e la matita (richiede esplicitamente la n°3 perché le porta fortuna) e si dirige verso la relativa cabina. Nella cabina, l'elettrice di Forza Italia entra nel panico per la seconda volta. Non c'è il simbolo di Forza Italia. Si lancia in articolati ragionamenti. Nota che non c'è nemmeno AN. Poi si rende conto che i ragionamenti non fanno per lei. Così esce dalla cabina schede alla mano, prende il telefono dal tavolo del Presidente, e chiama la zia ribelle, sotto lo sguardo basito dei presenti; "ma cossa goi da votare?" La zia manda educatamente al quel paese la nipote, che si ritrova punto e a capo. Così si rimbocca le maniche, torna nella cabina, sempre sotto gli sguardi allibiti di scrutatori e Presidente, e riesamina attentamente le schede. Una lampadina le si accende, frutto di un ragionamento cromatico. L'elettrice di Forza Italia si riconosce nei colori Verde, Bianco e Rosso, e traccia una bella X sulle lettere PD e della scheda gialla e della scheda rosa. L'elettrice di Forza Italia è soddisfatta del suo voto finché non incontra l'elettore del Partito Democratico che la ragguaglia velocemente sulle variazioni di acronimi e colori politici degli ultimi mesi.
Io ho votato. Volevo votare secondo coscienza, ma anche la mia coscienza si è accorta che quelli sono oramai reazionari, vecchietti con le loro retrograde idee. Idee che si possono utilizzare nella società attuale un po’ come si potrebbe utilizzare l’Amiga FileSystem per navigare in Internet. Volevo piegarmi alla legge del voto utile, ma la mia coscienza mi ha provocato una forte gastrite al solo pensiero. Il voto utile significava buttare nel cesso una tesi di laurea e farmi complice di persone che stimo quanto i miei calzini sporchi (sì, parlo di te Franceschini!). Voto utile secondo coscienza: ho sbirciato un paio di programmi. Ed ho scoperto che esiste un partito che ha fondato l’intero programma elettorale sui principi etici basilari a cui ogni politico in buona fede dovrebbe attenersi. Naturalmente cercavo di non pensare alla dislessia cronica del segretario di quel partito mentre tracciavo il segno sulla scheda. Votantonio Votantonio Votantonio. Sì, ma Antonio non sa proprio parlare. Quando.
L’aspetto in cui l’amplesso e la lettura s’assomigliano di più è che al loro interno s’aprono tempi e spazi diversi dal tempo e dallo spazio misurabili. Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Forse c’è un istante migliore di un altro, un lasso di tempo che stabilisce il breve confine tra il troppo presto e il troppo tardi. E’ un istante che richiede allenamento, o semplicemente audacia, per farsi riconoscere. E il ricordo vola a quel libro che stringevo pochi mesi or sono. Di libri, superata la copertina, non ne esistono due uguali. Alcuni non puoi far altro che leggerli passivamente, svogliatamente, seguendo lo svolgersi delle vicende narrate come uno spettatore assente e quasi inutile. Non ti sono richiesti sforzi o abilità particolari per entrare in essi, per poter cogliere modificare e far tuo il racconto. Sono libri senza vita. Ma quello che stringevo aveva la capacità di trasformare la mia persona depurandola da tutte le superflue domande introspettive che ti allontanano dal tuo io, durante e dopo la lettura. La leggerezza dell’essere. La serenità del sentirsi sempre a proprio agio. Certo, il giudizio è soggettivo. La chiamano affinità elettiva, anche se si riferivano alle persone. Che poi non c’è questa grossa differenza tra libri e persone. Non puoi farci nulla, non è la ragione, ossia l’es muss sein della coscienza a guidare la razionalità delle tue scelte, ma è la pancia quella che comanda e giudica attraverso l’inconscio. Una piega del libro, una parola del titolo, una frase letta aprendo il libro a caso, così come un’espressione, una frase detta o uno sguardo eloquente. Passeggiavo per le vie della mia città con in mano quel libro. L’avevo sfogliato diverse volte e aveva instillato in me un sincero interesse, sempre crescente. Tuttavia ancora non l’avevo letto. Se non stessimo parlando di un libro si potrebbe dire che in realtà era lui a volermi leggere. Ma queste sono particolarità difficili da stabilirsi e in nessun modo rilevanti. Semplicemente due caratteri, il mio e quello del libro, si erano trovati in simbiosi, avevano cozzato l’uno con l’altro nell’attesa di formare un solo Uno, Libro e Lettore. Tuttavia il libro non era mio, e questa fu forse una delle ragioni del mio esitare. Non parliamo di uno di quei libri che si possono leggere una volta in fretta per poi restituirli alla biblioteca. Non parliamo di un libro vuoto come potrebbe essere quello a cui accennavo poco fa mettendolo in contrapposizione al mio. Non parliamo d’un Armony o del best seller del mese. Qui abbiamo a che fare con un libro che necessita attenzione, perché la percezione richiede impegno. E stringendolo sentivo già che si trattava d’un impegno appagante, come dev’essere quello di un musicista che si allena con il suo strumento. Ma mentre passeggiavo per le vie della mia città, il libro aperto sul palmo della mano, a mortificarmi mi ritrovai a fissare il foglietto della biblioteca, che credevo (e speravo) perduto. La data della restituzione era quel giorno. Il libro mi guardava con un moto di delusione ed io non avevo avuto il coraggio di leggerlo più a fondo per timore che non ne avrei ricavato che una conoscenza superficiale. Avevo temporeggiato perché sapevo che un giorno, ripensando a quel che vi avevo letto, avrei sentito il bisogno di rileggere un passo particolarmente straordinario e ravvivare ed accrescere in me il legame con quel libro così strabiliante, ma non avrei potuto. Solo una conoscenza superficiale mi era concessa. Avevo così preferito l’adagiata ignoranza dell’aspettativa per evitare il senso di mancanza provocato dalla non-conoscenza, ed ora restavano solo un libro deluso e il mio rammarico. Iniziò a piovere, ma sotto la pensilina della biblioteca il libro ed io eravamo all’asciutto. Appena lo posarono sul carrello, per non vederlo andar via verso chissà quale scaffale, mi voltai e me ne andai con la mia malinconia. Riuscii in seguito ad averlo in prestito qualche altro giorno, ma la lettura al parco non conservò quella magia che ci si poteva attendere. I bambini nel parco facevano troppo chiasso, ed arrivato alla fine, il libro sembrava soddisfatto più della sbrigativa lettura, che del lettore. Lo strano tradimento del bibliotecario. Lo strinsi ancora un poco portandolo in giro per la mia città, prima di riconsegnarlo, definitivamente, ma quel che rimaneva era solo malinconia per l’inevitabilità degli eventi mista ad un pizzico d’affetto. Trasferiscono la biblioteca altrove. In una regione ignobile. In una città orribile.
Hanno ucciso Mirco Buso.
Come ogni lunedì mattina, le menti più illustri dell'istituto professionale per l'industria e l'artigianato intitolato ad Enrico Bernardi, ingegnere veronese che impiegò una vita ad afferrare il funzionamento dello sterzo dell’automobile moderna, si ritrovarono al giardinetto vicino alla scuola, sufficientemente defilato da garantirne la limitata visibilità, con l’intendo di riesumare i nebbiosi ricordi del fine settimana appena trascorso e seppellire la parte di encefalo miracolosamente sopravvissuta con l’ausilio di distensivi narcotici. Alla fine dell’intenso meeting, i nostri tre eroi, Guido, Martino e Caio, si dirigevano nella nebbia autunnale verso l’entrata dell’istituto, quando una fulminea avvisaglia d’allarme riaffiorò nel prematuramente corrotto intelletto dei tre quindicenni. Compito di fisica alla seconda ora. I tattici ritardi giustificati dai frequenti ritardi dei mezzi pubblici non avrebbero funzionato, oltre l’ora. Bruciare, sembrava l’unica soluzione. Come Marco Paolini spiegò a suo tempo ad una classe non veneta, per indicare una stessa azione il verbo utilizzato cambia a seconda della geografia. Far sega, fughino, filone, salare, girello, stroccare, vela, marinare, bigiare, zumpare, buca, scabottare, tagliare, fare berna, focaccia, lippe, sono tutti verbi che non rendono la gravità del reato di cui ci si macchia. Sembra quasi un gioco. Ma se l’alter ego di Paolini bruciava la scuola dello stato per andare a quella della Jole, i nostri tre anarchici pubescenti andavano all’Università di Mirco Buso, al quale l’appellativo di Professore appariva un dispregiativo quanto gli si confaceva più opportuno il titolo di Maestro di Vita. Ma in tre era un problema. I nostri tre si sentivano sì dei rivoluzionari, anarchici ripudianti di tutte le leggi, escluse giusto giusto un paio tra quelle trascritte sui blocchi di pietra di Mosé, ma per la briscola, è legge, il quarto era imprescindibile. La fortuna di iniziare scuola alle 8 in punto del mattino, è il privilegio di potersi fare promotori del rogo delle scuole della città. Deborah, la loro immancabile compagna di sventura, non avrebbe mai rifiutato la prospettiva di una giornata di briscola da Mirco accompagnata dal suo idilliaco Sangue di Giuda. Così fu. Per raggiungere la Patavina Universitas di Mirco da Prato della Valle, bisognava attraversare la città. Così, tra una chiacchierata con il Matto che aveva già iniziato il tour delle scuole con il suo stereo in spalla per fare capriole ad uso degli incitanti studenti superiori, e le deviazioni per non incontrare i professori, solo alle 9:30 i nostri arrivarono a destinazione. Arrivare alle 9:30 da Mirco Buso è come cercare parcheggio in centro il sabato pomeriggio. Semplicemente non c’è posto. Inutile cercare. Deborah era già là. I nostri tre eroi, dopo i convenevoli, ordinarono in coro caffè corretto. Mirco s’accigliò: –Tosi, il café coreto sta all’ipocrisia come la bira Moreti sta alla sincerità. ‘deso ve bivì el café, e poi ve dago un sciottin! Graspa o sambuca? Sambuca, ovvio. Mirco sentendo Deborah chiedere ai compari dove sarebbero andati a giocare a briscola, tirò uno scappellotto sul coppino a Martino, il più vicino a lui, ché le tose no le se toca ne’anca con ‘na rosa, per poi chiedere perché se ne volessero andare. Lo sguardo dei quattro che si perdeva tra i tavoli, tutti occupati, fu risposta sufficiente. Non tutti sanno che il sempiterno Mirco, fin da quando generazioni prima ospitava tra quei tavoli i genitori dei nostri eroi, promovendosi ad inventore del tetris, mai permise che qualcuno nel suo locale stesse in piedi. Ed in men che non si dica, spostato qualche tavolo e prese dal retrobottega quattro sedie di paglia, fece accomodare i ragazzi. Sangue di Giuda e bicchieri da ombre come ormai non ce ne sono più accompagnarono i nostri lungo tutta la mattinata. Martino, verso mezzogiorno, fu quello che accusò di più, così uscì dal locale a prendere un po’ d’aria per cercare di rientrare in sé. Rientrando Mirco gli chiese dove fosse la ragazza carina che beveva Pilsner Urquell, birra di Praga che solo Mirco teneva a Padova, quando li vide assieme quel fine settimana. -Ha il ragazzo, Mirco. Mirco fece un’espressione preoccupata. Poi esordì: -Lo sai Martino, mì so una persona contraria al rassismo. Se una la sé bela, perché la deve discriminare con chi la fa l’amore? A gavaria da darla a tuti quei che ghe la chiede. E come dargli torto. Arrivato l’orario della fine delle lezioni, si fece tempo di andare a casa. Prima di uscire, però, Mirco aveva sempre la sua ultima lezione. –Tosi, ricordeve che chi beve molto dorme molto. Quando si dorme non si guida. Quando non si guida non si fa incidenti. Quindi, per non fare incidenti, gavaré da bere molto! Quelle al bar di Mirco non erano semplici chiacchiere da bar. Erano chiacchiere da Mirco Buso. Qualche tempo dopo questa mattinata ordinaria Mirco vendette il bar e andò in pensione. Senza la sua Università per adolescenti, Mirco Buso non era più Mirco Buso, il vecchietto saggio che dispensava consigli, battute, opinioni, e che voleva bene ai propri avventori. Da quando pagavi a quando uscivi non passavano mai meno di dieci minuti. Aveva sempre qualcosa da dirti, prima di lasciarti andare. Mirco Buso, senza il suo luogo di culto, non era più Mirco Buso. Morì meno di un anno dopo. Al posto del suo bar ora c’è un ristorante toscano. Capito? E’ simbolico. La cultura toscana da cui deriva il nostro idioma è sorta sulle ceneri venete di Mirco Buso.
A'dam. The body trip.
Mai lunedì mattina è stato più lieto. Ti svegli alle sette in punto, ché l'autobus è alle otto meno cinque e devi ancora finire di spuntare la lista compilata in fretta la sera prima, dove, con l'ausilio di un paio di jager e di quanti erano presenti alla pizza domenicale a casa tua, hai appuntato quel che potrebbe risultare utile in un viaggio del genere. Si svegliano con te anche il Dott.Rasmus e l'infermiera Julia, vecchie conoscenze dei lettori di questo blog che hai ospitato per il weekend, ed in partenza pure loro nel pomeriggio. Le ore di sonno sono state poche, ma il tuo buonumore non ne risente. Un buon caffé è il modo migliore per mantenere la tua serenità. Il caro e ahimé defunto Michail, tra un rogo ad una chiesa e l'altra, aveva anche trovato il tempo di scrivere che il caffé per essere buono dev'essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come l'inferno. Ma mentre lo bevi in fretta, però, non hai il tempo di pensare a che cazzo ne sappia un anarchico russo del caffé, o alle capre di quel pastore etiope di nome Kaldi che, secoli fa, mangiando le bacche marroni di quella strana pianta, vagarono tutta la notte eccitate ed arzille, con conseguenti indagini ed esperimenti sulla sudetta pianta da parte del caro Kaldi (certo che per le cose importanti centrano sempre un pastore e i suoi ovini) senza il quale ora non avresti la tua tazzina calda in mano. Si sta facendo tardi, così approfitti della station wagon del babbo per un passaggio fino alla fermata dell'autobus. Batman è già lì ad aspettarvi, con lo sguardo rivolto al vostro autobus che è già partito. Scendi dall'auto agitato ma l'amico con nonchalance assicura che ce ne sarà uno di li a pochi minuti (saranno venti). Ingannando l'attesa parlate del lollipop, la versione britannica del nonno vigile, che si avvale di un enorme leccalecca per fermare il traffico e far attraversare i bambini diretti a scuola, evitando così un controllo delle nascite in stile cinese. Chiacchierate placidamente quando, senza preavviso, senti dire a Julia che Batman stamane parla un ottimo inglese. Lui, sensibile alle adulazioni mattutine, ammette che stamane ha avuto le sue Tre C. Julia non capisce, e ne segue una spiegazione colorita. Pensi che se non si impuntasse sui giochi di parole e traduzioni letterali, l'inglese di Batman sarebbe di gran lunga migliore. Quando si deve parlare un'altra lingua genoflettersi ai sinonimi rivedendo il proprio repertorio di barzellette è vitale. Ma sai anche che lui, da buon rivoluzionario da scuola superiore, ti risponderebbe con il motto panamense de pié o muerto, nunca de rodillas! Si ostina pure a non voler mangiare da McDonald, l'antiamericano, mentre tu sai che quand'era a Dublino una storiella con un'americana di nome Casey McDonald l'aveva avuta. Non regge la giustificazione che il secondo nome di lei suonasse jin, e nel momento che l'aveva baciata stava bevendo una lemon soda. Arrivate alla stazione, ma qui salutate i crucchi. Loro partono dal Marco Polo e vanno a Berlino, mentre tu ed il supereroe prendete il treno alla volta di Milano, e a Vicenza Zappa e Il Magnagatti che v'aspettano. La fila per il biglietto è veloce, e presagisci già che sarà un viaggio piacevole. Il treno che prenderete è un cisalpino, treno internazionale francese. Sono affidabili le ferrovie francesi. Loro usano la parola correspondance per indicare il cambio di treno. Bella parola, evoca l'immagine della discesa dal treno, l'arrivo al tuo binario, e lì in tua attesa un bel treno fumante pronto per partire. In Italia l'immagine evocata è un poco differente. Tutto come in Francia, ma quando sali gli ultimi gradini del sottopassaggio e giungi al tuo binario, la parola coincidenza odora di casualità imprevista. Se c'è il treno il viaggiatore tira un sospiro di sollievo, dopo aver trattenuto il fiato per tutta la rampa di scale, se non c'è, amen, è la normalità. Arrivati allo sportello la tipa dietro il vetro dice che sul cisalpino delle 9 non c'è più posto. Il treno seguente parte mezzora più tardi, ma arriva a Milano due ore dopo. Chiedi all'amico l'orario di partenza dell'aereo. Il check-in chiude alle 14, voi sarete a Milano alle 13. Poco male, se non fosse che lo shuttle per Malpensa parte ogni mezzora e impiega 50 minuti, traffico permettendo. Ha molto poco di space. Vabbé, si farà questo investimento e si prenderà un taxi, dice Batman. Pensi già al budget che si intacca. Sempre che il treno non sia in ritardo, aggiunge. Inizi a bestemmiare. Forte. Ma perché cazzo parte mezz'ora dopo e impiega due ore in più, por** d**? Ma d** c*** me lo spieghi? E allora *******? ***** *** **** ******** ******, eh? La gente attorno ti guarda allibita, ma non te ne curi. Batman ti fa notare che una risposta ad un quesito così articolato è ovvio che non la sa dare, e ti invita a star buono e ad abbandonare la retorica delle invocazioni alle entità che qualche cazzone, una mattina, si è inventato di apostrofare come 'superiori' solo perché qualche altro cazzone c'ha scritto sù una biografia, tra l'altro mediocre. Ma tu non ti calmi, e ti dirigi verso l'ufficio informazioni tirato come una bestemmia muta. Lavori. Ci sono lavori sulla linea. Non capisci ancora la logica del treno che ci mette due ore in più con uno scarto di mezz'ora, ma ciò di cui avevi bisogno era una ragione. Ragione che avevi perduto, e che ora hai ritrovata. Salite sull'intercity delle 9.30, nella prima carrozza di seconda classe in modo da essere avvantaggiati di quel poco che può essere decisivo una volta arrivati alla stazione di Milano. Trovate uno scompartimento dove c'è solo un ragazzo sui trent'anni, occupate due posti per i vicentini e si parte. Arrivati a Vicenza salgono anche i compari di viaggio, scambi uno sconosciuto per Zappa, e il treno riprende la sua infinatamente lenta marcia. Ogni stazione è un rosario di bestemmie. Ci sono stazioni inutili, tante, troppe. Arrivati a Peschiera del Garda al microfono annunciano 15 minuti di ritardo. Il tuo sguardo si sofferma sul ghigno beffardo di Prezzemolo. Vorresti scendere per dargli una lezione. D** ****, ma chi cazzo ci viene a Gardaland in questa stagione? E poi si ferma anche a Desenzano, sto cazzo di treno, *******! Non basta una stazione, no. E' in quel momento che il tipo trent'enne attacca bottone. Parla dell'abbonamento annuale a Gardaland e di come lui e i suoi amici quando a Padova non c'era nulla da fare prendessero e partissero alla volta di Peschiera. Per la verità era da tutto il viaggio che seguiva i vostri discorsi eccitati con l'espressione burlesca di chi ha già vissuto tutto quello che vi apprestavate ad intraprendere. L'espressione della consapevolezza. Così chiudete la porta dello scompartimento in faccia ai passeggeri stipati nel corridoio già affollato, ed intavolate un dibattito sulle esperienze di ognuno. Per la verità è lui che fa scuola. Ma che vuoi, quando si tratta di medicinali esclusi dalle farmacie, il foglietto illustrativo è giocoforza un minestrone di esperienze individuali e leggende metropolitane. Arrivate a Brescia. Ma chi cazzo va a Brescia, por******? Effettivamente non si capisce. Ricordi di esserci stato l'estate scorsa per prende una coincidenza, che, coincidenza, aveva cinquanta minuti di ritardo. Una ragazza apre la porta dello scompartimento e chiede se sia occupato il sedile su cui avete stipato giacche e valige. Beh, si, però è uno solo... si, è libero. E' una giovane avvocatessa di Treviso che mandano in giro per gli studi di mezza Lombardia a consegnare documenti. La vita della praticante. Vive a Milano, e, bisognoso di essere rassicurato, Il Magnagatti, esposti i particolari, chiede un pronostico sul vostro volo. Vi rassicura col tono di chi parla ad un malato terminale: tranquilli, andrà tutto bene. Nessuno fa caso al tono, e così vi sentite rinfrancati. Finalmente arrivate alla stazione di Milano, con pure il ritardo recuperato, scendete dal treno ancora in movimento e correte verso il piazzale di fronte. Arrivate da un tassista (which god taxi driver) e chiedete quanto ci vorrà per arrivare alla Malpensa. Unquaranta minuti. Ma un infimo collega avverte che la mattina l'autostrada per Varese era boccata per una manifestazione, e altra strada non c'è. Provate lo stesso, al massimo decidete di chiudere il tassista nel bagagliaio e unirvi alla manifestazione, con la speranza che sia violenta, in modo da poter sfogare la rabbia su di un capro espiatorio qualsiasi. Arrivate in autostrada e della manifestazione non c'è traccia. Quel tassista non ha mai saputo il pericolo che ha corso trasprtando quanttro non-tossici. Ma in fine è gentile, corre ben oltre il limite per non fare tardi e rallenta solo dove sa esserci gli autovelox. State per tirate il fiato, quando suona il telefono di Zappa. Sciopero dei controllori di volo alla Malpensa, il 90% dei voli è stato cancellato. Ricominci a bestemmiare. Arrivate al terminal 2 quindici minuti prima che chiuda il check-in. Il tassametro segna 83 euro e spiccioli, ma il decreto Bersani e la tariffa fissa per la tratta Milano c.le - Malpensa vi fa risparmiare 13 euro. Per la prima volta in un anno e mezzo di governo senti di aver speso bene il tuo voto. Entrate nel terminal e vi fissate speranzosi davanti alla fila di schermi delle partenze. Gli aerei del mattino sono partiti. Ma da mezzogiorno in poi tutte le destinazioni sono segnate in rosso con a fianco la scritta cancellato. C'è solo un volo nel bel mezzo di tutti quegli schermi rossi che mantiene il suo colore originale. EZY4327. Il vostro. Non sembra vero, e fate una foto per essere sicuri di non avere un'allucinazione prematura. Arrivate in ostello, mettete giù le valige, ma in testa hai una cosa sola. Sproni i tuoi compari a velocizzarsi. Uscite dall'ostello e scendete tutta Oudezijds Voorburgwal straat fino a quando incrociate il Green House café. Entri e le facce animate attorno a te perdono di significato. L'unico tuo interesse è rappresentato dal ragazzo dietro il banco in fondo al locale. E' lui il tuo migliore amico a tempo determinato. La fine della vostra amicizia e dei vostri interessi reciproci termina precisamente quando, dopo aver puntato l'indice sul menù, in cambio di una banconota rosso pallido, con su scritto un uno seguito da un numero irrilevante, e qualche coins, ricevi un sacchettino trasparente, grazie al quale i tuoi interessi saranno di tutt'altra natura. La natura stessa e le sue insospettabili sfumature, sarà molto più interessante. Riesci solo a pensare alla frase che il cattivo di Star Wars disse a maestro Joda, il nanetto verde, quando si incontrarono per un duello all'ultimo sangue: I waited this moment from a long time, my little green friend. Ti siedi ad un tavolo vicino alla finestra assieme ai tuoi amici. Il pollice che accarezza l'indice, il cosidetto violino, è il simbolo del denaro. Un gesto vacuo, astratto, non produce effetti. Ma quando il pollice e l'indice di entrambe le mani si strusciano simmetricamente, invece, ciò che prende forma ha del divino, del magico. Porti alla bocca quel pezzo di cartoncino fino arrotolato coperto da un sottile strato di carta bianca, ed incrociando gli occhi verso il basso ciò che vedi sembra un prolungamento del tuo naso, con uno strano brufolo fino e lungo sulla punta. Decidi di bruciarlo. Sogni mille fatine verdi convertitesi dall'assenzio alla foglia a sette punte. Decisamente non sei qui per Van Gogh. Passi la tua opera, e per ultima finisce nelle mani di Batman. Lo guardi, felice ma con un moto di malinconia. Consuma quel che n'era rimasto e allunga la mano verso il posacenere. Rialzando lo sguardo incrocia i tuoi occhi, ed il sorriso di chi ti ha letto nel pensiero prende forma sul suo viso. Beve dal bicchiere di fanta come se fosse un boccale di birra, ti fissa nuovamente e cita la frase più adatta per l'occasione: Gamba, what burn, never return. Le canne non si girano da sole.
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